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Nikon AI 135mm f/2.8, un classico molto abbordabile |
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 Ogni obiettivo è un compromesso, non si scappa, il difficile però sta nel trovare un “giusto” compromesso tra prezzo e prestazioni. Trovo interessanti le focali tra i 100 e i 200mm per immortalare grandi campi stellari, complessi nebulari, comete e ogni altro quadretto astronomico che possa venir valorizzato da un campo sufficientemente vasto.
Cercavo così un piccolo teleobiettivo, sufficientemente luminoso ma anche non troppo grosso e pesante, in modo da usarlo tranquillamente sulla Takahashi EM-10 senza dover correggere la guida, come faccio con le foto realizzate con il 50mm. Pur avendo trovato un eccellente 180mm, la focale di 135mm con apertura massima intorno a f/2.8 offre tutte le caratteristiche che cercavo, ovvero prezzo assolutamente contenuto (a differenza del 180mm!) e dimensioni e peso irrisorie; manca solo di scoprirne le prestazioni ottiche. Ciò che mi serve è infatti un’ottica che anche se non cromaticamente correttissima (a 135mm senza l’utilizzo di speciali e costosi vetri SD o ED, del cromatismo è inevitabilmente fisiologico) offrisse almeno un campo spianato anche ai diaframmi maggiori, in previsione di un utilizzo in banda stretta (H-alpha) da casa, annegato dal mio solito inquinamento luminoso. Perplesso e non proprio soddisfatto del vecchio Nikkor 105mm f/2.5 degli anni ’70 di mio padre mi sono indirizzato verso il Nikkor AI 135mm f/2.8 degli anni 80, con uno schema ottico completamente diverso dal mio 105mm e per di più con un’ottima fama alle spalle (di valore pressoché nullo in campo astrofotografico visto che anche il 105mm viene tuttora accreditato come uno dei migliori 105mm prodotti da Nikon e a cavallo tra gli anni 70 e 80 è stato l’ottica di riferimento per tanti fotoreporter e ritrattisti che lo hanno elogiato senza mezzi termini…vabbeh, l’astrofotografia è proprio un altro mondo). In realtà la seconda serie del 105mm funziona molto meglio, ma io ho la prima che non brilla per definizione ai bordi Eccolo!  Piccolo, compatto, con un paraluce telescopico incorporato. Quest’ottica la si porta a casa con meno di 100 euro, ovviamente usata. Il mio esemplare, poi, è particolarmente usato e i segni degli anni si vedono, ma con costruzioni meccaniche così robuste non è un problema sopportare il peso del tempo e si spunta ancora un prezzo migliore, neanche fosse una cineasta! Con tutto il rispetto per alcune buone realizzazioni Made in China. Questa, come si addice al periodo, è rigorosamente prodotta in Giappone, la ghiera di messa a fuoco offre una morbidezza davvero eccellente, anche il diaframma è perfettamente operativo. Qualche lieve, al limite della percezione, segnetto sulla lente frontale ma davvero insignificante, e come ho avuto modo di constatare, ininfluente anche nell’uso pratico. Il peso è di 435 g, generato dalla costruzione interamente in metallo e dalle 5 lenti che compongono lo schema ottico. Con il solito anello Novoflex è possibile montarlo anche sulle Canon con attacco EF. Dispone di una filettatura per i filtri da 52mm e ciò consente di utilizzare senza problemi i tradizionali filtri astronomici da 2”. Lo schema ottico è piuttosto semplice: 5 elementi in 4 gruppi, senza far uso di lenti particolari. Ciò ovviamente non porterà a risultati impeccabili sotto l’aspetto del controllo del cromatismo, ma spero che sia efficace almeno per quanto riguarda la resa ai bordi. C’è poco da dire d’altro, mette a fuoco da 1,3m ma questo è del tutto irrilevante per lo scopo a cui sarà destinato, insomma, è il classico obiettivo manual focus degli anni 80 di Nikon: tanto metallo e mediamente una buona resa ottica globale. Sotto l’infinito Eccoci alla prova del nove, vediamo se un obiettivo da poche decine di euro può offrire risultati validi, in un settore dove ogni minimo difetto viene sempre evidenziato. Il battesimo avviene sotto il magnifico cielo di Truccazzano, in una sera però moderatamente tersa e ventilata. Scendo in giardino, non ho nemmeno tempo (e voglia) di montare la piccola EM-10 per inseguire, opto per un semplice treppiede Manfrotto 190 in fibra di carbonio (pesa meno dell’alluminio! ☺) e scelgo la full frame Nikon D700 per poter sfruttare alte sensibilità e rimanere con tempi di scatto sotto i 2” in modo da non evidenziare il movimento apparente delle stelle. Scelgo Sirio, inclemente contro il cromatismo, e faccio un primo scatto a 1” a 3.200 ISO con la stella in centro al fotogramma, poi modifico l’inquadratura e metto la stella in un angolo. Chiudo anche il diaframma di uno stop e rifaccio la prova, modificando opportunamente sensibilità e tempo di scatto. Bene, che dire? Il cromatismo c’è, ma meno di quel che mi aspettassi, modificando un po’ il fuoco si trova una zona di transizione in cui si vede ben poco Magenta sbordare, mi pare un buon risultato. Penso ci sia un po’ di sferica residua, le stelle non sono secche, ma l’effetto non mi pare male; la cosa buona è che anche ai bordi (sul full frame!) le stelle iniziano solo a deformarsi un poco; immagino che sull’APS o DX le stelle siano pressoché perfette su tutto il campo, ma per questo farò una prova ad hoc. C’è un po’ (tanta) vignettatura ma è un’ottica f/2.8, non è un gran difetto e lo si può correggere facilmente con il solito flat field. Chiudedo di un diaframma - @f/4 – la resa migliora parecchio, le stelle diventano più piccole e contrastate, l’illuminazione più uniforme su tutto il campo inquadrato ma compaiono gli inevitabili spikes creati dall’intersezione delle 6 lamelle del diaframma. La luminosità del cielo di casa mia però non consente pose così profonde da poter valutare al 100% la resa in condizioni di ripresa ottimale, dove le stelle più luminose potrebbero ancora mostrare sbuffi di luce (coma, curvatura di campo, ecc…) ma ritengo che la cosa sia moderatamente improbabile. Sul DX (o APS)Approfittando di una serata estiva, calda (24°C) ma abbastanza limpida, approfitto per mettere alla prova questo obiettivo. Ho appena terminato una sessione in H-alpha sul Velo del cigno con il Borg 77ED e ormai si avvicinano le 2 di notte e domattina si va al lavoro; cerco così di ottimizzare il tempo e sbrigarmi cercando comunque di portare a casa risultati significativi. Monto il filtro Idas LPS P1 per tenere sotto controllo l’inquinamento luminoso e al contempo per non sbilanciare troppo i colori oltre per tagliare l’IR a cui la Nikon D40 modificata con unb filtro clear è sensibile. Con il cigno che vola alto allo Zenith, scelgo la classica zona della Nord America, Pellicano e Deneb per fare un po’ di scatti. Parto con una posa di 1 minuti a 1.600 ISO a tutta apertura, poi chiudo a f/4 e raddoppio il tempo di posa e infine un terzo scatto a f/5.6 con 4 minuti di posa sempre a 1600 ISO. Con questi tempi, malgrado il filtro anti IL, il fondo cielo è dannatamente chiaro ma le informazioni ci sono. A tutta apertura si avverte un calo di luce ai bordi, piuttosto fisiologico e comunque abbastanza gestibile. Chiudendo già a f/4 il fotogramma appare uniformemente illuminato. |
| | f/2.8 + stretch livelli
| f/4 + stretch livelli | f/5.6 + stretch livelli |
Eseguendo uno stretch dei livelli ho cercato di evidenziare meglio l’area illuminata: a f/2.8 si nota in modo marcato la differenza di illuminazione tra centro e bordi, a f/4 la situazione migliora significativamente ma c’è ancora un leggero calo di luminosità, infine, a f/5.6 il fotogramma è quasi da manuale. Cromaticamente l’obiettivo si comporta bene, solo a tutta apertura c’è un residuo cromatico intorno alle stelle più luminose che sparisce già da f/4, un valore ottimo per un utilizzo in astrofotografia. Per quanto riguarda la resa ai bordi, non posso che confermare quanto visto sul full frame. A tutta apertura la resa è molto uniforme e solo ai bordi estremi si nota un principio di coma o curvatura di campo; ci deve essere anche un pelo di aberrazione sferica che rende le stelle su tutto il campo leggerissimamente morbide, ma questo può anche non essere un difetto per le fotografie a largo campo. A f/4 i bordi non cambiano significativamente, rimanendo mediamente buoni come a tutta apertura. A f/5.6 invece le stelle cambiano faccia: i bordi diventano secchi quanto il centro e le stelle su tutto il campo perdono quella morbidezza dei diaframmi maggiori e diventano vere capocchie di spillo, e stiamo parlando di f/5.6, un’apertura classica per un telescopio dedicato alla fotografia.  | Nella foto a lato sono evidenziati i riquadri che ho poi ingrandito e confrontato ai vari diaframmi: f/2.8, f/4 e f/5.6. qui ho volutamente stirato i livelli per evidenziare la nebulosa; si tratta di uno scatto singolo di 4 minuti a f/5.6 a 1.600ISO con filtro Idas LPS P1.
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| | CENTRO | BORDO | f/2.8
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| | f/4 |  |
| | f/5.6 |  |
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Rimane ora di provarlo realmente sotto una volta celeste di montagna, con contrasti tra stelle e fondo cielo molto più elevati, situazione in cui possono emergere meglio eventuali difetti annegati dal basso contrasto del cielo da cui ho operato per questa prova. Giudizio Piccolo, abbastanza leggero e dal prezzo abbordabile. Le prestazioni sono mediamente buone e se lo si diaframma di un paio di stop diventa virtualmente perfetto, ovvero lavorando a f/5.6 si ha una qualità che normalmente anche gli zoom più blasonati difficilmente raggiungono e comunque, in quei pochi casi, si paga il tutto con un peso e ingombri decisamente maggiori per non parlare del prezzo. Non stiamo parlando di un’ottica al top della categoria, per quello c’è il fantastico Canon EF L 135mm f/2 USM, che riesce a dare il meglio di sé anche ai diaframmi maggiori, ma è certo che se li si confrontassero a f/5.6 sarebbe davvero difficile dire qual è il migliore dei due, e per un’ottica tanto economica non è affatto un risultato disprezzabile poter gareggiare testa a testa con i miti della fotografia.
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